Porta San Sebastiano è la più grande e una delle meglio conservate tra le porte della cinta muraria aureliana di Roma. In origine era chiamata Porta Appia, perché da qui iniziava il tratto urbano della via Appia, ed è solo dal XV secolo che prese il nome attuale, legato alla vicinanza con la basilica e le catacombe di San Sebastiano.

La struttura risale al III secolo d.C. ma fu profondamente trasformata durante l’epoca di Onorio (401–402), che ridusse gli ingressi a uno solo e aggiunse un attico con doppia fila di finestre, merli e camminamento di ronda. In seguito, la porta fu ulteriormente rialzata e ampliata, assumendo l’aspetto attuale. Non è certa l’attribuzione definitiva di questi lavori.

Porta San Sebastiano, Roma

In figura è possibile osservare le misteriose protuberanze sull’opera muraria, presenti in moltissime culture antiche di tutto il mondo. Non si è riusciti a dare una spiegazione logica, perché secondo il paradigma attuale non c’è, dato che non si ritiene possibile un contatto antico tra alcuni dei popoli che li hanno realizzati.

Un tempo dotata di battenti in legno e saracinesca, la porta presenta ancora tracce delle antiche strutture difensive. Ai lati, incisioni e simboli raccontano secoli di passaggi, conflitti e pellegrinaggi: croci, iscrizioni votive, nomi, date e graffiti si sovrappongono a testimonianza della sua lunga vita quotidiana. Sullo stipite destro si trova un rilievo dell’Arcangelo Michele che uccide un drago, accanto a un’iscrizione del 1327 che ricorda una vittoria ghibellina contro le truppe angioine.

Nel 1536, in occasione dell’ingresso trionfale di Carlo V, la porta fu trasformata temporaneamente in un arco celebrativo. Vi passò anche il corteo del vincitore di Lepanto, Marcantonio Colonna, nel 1571, con i prigionieri turchi in catene.

Nel Medioevo, come altre porte cittadine, fu affidata a privati per la riscossione di pedaggi, secondo tariffe regolate.

Oggi ospita il Museo delle Mura, che illustra la storia e l’evoluzione del sistema difensivo romano.