Analisi delle strutture e ipotesi sulle funzioni originarie della città sotterranea della Cappadocia: ingegneria avanzata, ambienti comuni e misteri ancora irrisolti, forse collegati al Dryas recente.
In questo articolo analizziamo più approfonditamente le caratteristiche del luogo Derinkuyu, impegnandoci a rimanere nel concreto ma mettendo in risalto elementi particolari o che non tornano.

Derinkuyu è la più grande città sotterranea scavata in Turchia, profonda 85 metri e in grado di ospitare fino a 20.000 persone con animali e scorte di cibo.
Il luogo presenta delle caratteristiche sorprendenti che è bene analizzare, per provare a dare risposte o senza forzature tenerle a mente in attesa di altri indizi.
Analizziamo ora indizi e prove, e quantomeno poniamoci qualche domanda interessante su Derinkuyu.
Le entrate potevano essere chiuse dall’interno con grandi porte di pietra rotolanti: questo ci dà qualche primo indizio. A che pro?
Ogni piano poteva essere isolato separatamente, anche questo corrisponde a due ipotesi principali, più una terza aggiuntiva.
Qui si inizia a entrare in aspetti davvero interessanti, proviamo a fare un parallelismo oggi per partire. Se oggi due Paesi fossero in guerra, uno dei due tenderebbe a proteggersi con tutta la propria popolazione -nell’ipotesi di avere un bunker sufficientemente grande, dentro un bunker? La risposta è categoricamente: no. Il controllo in battaglia dovrebbe anche essere sul territorio in superficie, e nel bunker si andrebbero a riparare, in situazioni molto critiche, solo alcune figure importanti del Paese sotto attacco. Portare tutto l’occorrente per vivere, inclusi gli animali, prova che l’intera popolazione si fosse rifugiata lì sotto. Nello scenario di pochi rispetto a tanti, i tanti potrebbero fornire ai pochi altrimenti le provviste in via periodica. I pochi potrebbero uscire periodicamente e rifornirsi, per poi tornare a proteggersi.
Quindi tutti si erano rifugiati lì sotto: perché?
Facciamo anche in questo caso delle ipotesi ragionevoli, presupponendo che avendo scavato quel luogo -in quel modo- fossero intelligenti. Intelligenza che tendiamo ad attribuire solo al post ‘900 troppo spesso.
L’ipotesi tre, che appare la più verosimile, presuppone tuttavia una datazione antecedente a quella dei Frigi, popolo al quale viene oggi ipoteticamente attribuita l’opera. Ma questo non deve stupirci, dato che poi è stata riutilizzata da Greci, Arabi, Mongoli e Turchi.
Inoltre, a dimostrazione dell’importanza di rimanere rifugiati sotto terra, la città è collegata – tra le altre – con una città sotterranea chiamata Kaymakli, tramite un tunnel di 8-9 Km.
Il mito riconduce questo luogo a una sorta di Arca di Noè, analoga a quella biblica e non molto distante dai luoghi dove essa si sarebbe svolta. Con elementi però diversi: in questo caso si narra che la divinità suggerì al popolo di scavare e rifugiarsi sotto terra. Ricordiamo che una azione del genere di difesa estrema, potrebbe corrispondere a eventi naturali diversi rispetto a quelli legati a grandi piogge e inondazioni, che avrebbero fatto affogare tutti i residenti della città sotterranea. Sarebbe più probabile spostarsi con le lancette verso un fenomeno naturale di origine meteoritica oppure comunque legato al fuoco più che all’acqua.
Durante il periodo del Dryas recente si fa riferimento a due eventi catastrofici, avvenuti rispettivamente circa 13.000 e 11.000 anni fa. Alcuni studiosi ipotizzano che il primo abbia causato soprattutto impatti meteoritici e incendi, mentre il secondo sia stato caratterizzato principalmente da inondazioni e da un innalzamento del livello del mare. Il secondo potrebbe coincidere con quanto arrivato a Platone nel “mito” di Atlantide.
Altro indizio eccezionale per aiutare a orientarsi verso delle conclusioni, trovarono il tempo in tutto ciò di realizzare una stanza dedicata a tramandare la propria cultura, la cosa più importante per una civiltà, sinonimo di sopravvivenza.
Per rendere possibile la sopravvivenza venne realizzato un pozzo di ventilazione lungo ben 55 metri, dimostrando una vera e propria conoscenza ingegneristica.
Proviamo a spingerci a immaginare, per concludere, le modalità di costruzione del luogo, avvenuta per architettura sottrattiva, molto comune in antichità e simile per esempio alle opere Etrusche e Sarde.
Immaginiamoci queste persone che dovettero scavare in profondità 85 metri, creando molte stanze nel farlo. Pensiamo alla polvere che poteva soffocare le persone al lavoro. Fermiamoci a pensare all’illuminazione, sia durante gli scavi che durante il momento in cui vissero lì 20.000 persone. Davvero vogliamo credere che fosse possibile tenere accese delle torce, che provocassero quindi fumo?
Derinkuyu, con la sua straordinaria complessità, continua a sollevare interrogativi. Le caratteristiche del sito, come le porte di pietra rotolanti, i piani isolati e la presenza di spazi per la vita quotidiana, suggeriscono che fosse un rifugio progettato per proteggere una grande popolazione da eventi catastrofici. Le ipotesi su impatti meteoritici e cambiamenti climatici, legate al Dryas recente, sembrano plausibili. Tuttavia, restano domande su come queste persone avessero previsto tali eventi e come abbiano affrontato le difficoltà pratiche nella costruzione e nella vita quotidiana. Derinkuyu rimane un mistero affascinante che attende nuove risposte.