La Parte 1 della nostra analisi del testo Ilios di Schliemann: un viaggio nei livelli più antichi di Troia tra simboli arcaici e civiltà dimenticate.
Questo articolo è il primo di una serie di approfondimenti dedicati al libro Ilios di Heinrich Schliemann. Attraverso l’analisi stratigrafica dei reperti e delle descrizioni dell’autore, esploriamo uno a uno i livelli della città di Troia così come furono portati alla luce negli scavi dell’Ottocento.
Si riporta una tabella utile a capire quanto approfondiremo in questa serie di articoli. In questa Parte I analizziamo le evidenze che Schliemann ha trovato nei primi due livelli della stratigrafia moderna.
| Stratigrafia moderna | Datazione (circa) | Nome dato da Schliemann | Note principali |
|---|---|---|---|
| Troy I | 3000–2600 a.C. | Prima città | Villaggio arcaico con case ovali e ceramica semplice |
| Troy II | 2600–2250 a.C. | Seconda e Terza città | Seconda = città bruciata con Tesoro di Priamo; Terza = ricostruzione (oggi stesso strato) |
| Troy III | 2250–2100 a.C. | Quarta città | Post-ricostruzione, meno monumentale |
| Troy IV | 2100–1950 a.C. | Quinta città | Strato intermedio, poco studiato da Schliemann |
| Troy V | 1950–1700 a.C. | Sesta città | Evoluzione urbanistica, ma priva di eventi marcanti |
| Troy VI | 1700–1250 a.C. | Non distinta chiaramente | Mura ciclopiche; oggi considerata la possibile città achea |
| Troy VIIa | 1250–1180 a.C. | Non distinta chiaramente | Probabile “Troia omerica” distrutta attorno al 1180 a.C. |
| Troy VIIb–VIII | 1180–700 a.C. | Settima città | Fase del primo insediamento post-distruzione |
| Troy IX | 700 a.C.–500 d.C. | Ottava città | Età greca e romana, visibile ancora oggi |
Heinrich Schliemann (1822–1890) divenne archeologo dal di fuori del percorso accademico. Cresciuto in povertà, lavorò fin da giovanissimo in un emporio e, in condizioni molto difficili, imparò da solo oltre dieci lingue per poter accedere direttamente alle fonti classiche. Tra queste, il greco e il latino, ma anche russo, olandese, arabo, sanscrito. Il suo scopo era dimostrare che la città descritta da Omero non era solo un mito, come invece si riteneva all’epoca.
Nel sito collinare di Hissarlik, nella Troade, individuò le tracce sovrapposte di dieci città costruite una sull’altra. Gli strati più antichi – oggi chiamati Troia I e II – rivelano i segni di una civiltà che già tremila anni prima di Cristo padroneggiava tecniche, simboli e architetture complesse.

Nel livello più profondo, Troia I (ca. 3000–2600 a.C.), Schliemann individuò case primitive, urne cilindriche e idoli in pietra. Tra questi, un frammento di terracotta rosso vivo, perfettamente cotto, si distingue per la sua qualità tecnica, anacronistica rispetto alle aspettative. Oggetti simili, per forma e simbolismo, appaiono in contesti mesopotamici ed egei, suggerendo una rete di influenze o origini comuni.
Ma è in Troia II (ca. 2600–2250 a.C.) che la città esplode in complessità. Le mura ciclopiche e le strade lastricate lasciano immaginare una società organizzata. Gli oggetti votivi si moltiplicano, assumendo forme singolari. L’idolo in piombo n. 226 presenta una svastica incisa al centro del corpo, nella zona genitale: simbolo arcaico di rigenerazione, forza vitale e ciclicità.
La figura presenta anche due corna rivolte verso il basso, di cui una è spezzata. Questa iconografia cornuta potrebbe suggerire un legame con antichi culti della fertilità e, possibilmente, con le prime rappresentazioni della dea Afrodite. Nelle tradizioni preelleniche e orientali, Afrodite manteneva associazioni con animali come capre e tori, e potrebbe essere stata venerata in forme cornute o zoomorfe.
Altri manufatti, come un massiccio oggetto in diorite con sporgenze globulari, sfidano ancora oggi l’interpretazione. Erano idoli? Strumenti? Simboli cosmici? Schliemann stesso, pur non disponendo di una metodologia moderna, ne intuiva la singolarità.

La scoperta di numerosi vasi con testa di civetta, alcuni dei quali progettati per essere sospesi, aggiunge un ulteriore livello di riflessione. La civetta è l’attributo iconico della dea Atena, e alcuni di questi reperti sembrano anticipare l’associazione tra volto e animale simbolico. In uno dei passaggi più suggestivi, ci si interroga se la celebre Atena glaukōpis – “dagli occhi scintillanti” – fosse in origine rappresentata con un volto simile a quello di una civetta, non come metafora, ma come iconografia concreta. La testa rotonda, i grandi occhi, lo sguardo frontale.
Un altro punto di contatto tra questi reperti e il simbolismo arcaico emerge dalla postura delle divinità. Alcuni idoli e rilievi mostrano figure con piedi fermi su una base, una posa solenne che ritorna anche nell’arte egizia. Questo richiama le descrizioni di divinità che “scendevano dal cielo” mantenendo una postura stabile, come se planassero con i piedi uniti. Una reminiscenza che sopravvive, secolarizzata, nelle rappresentazioni classiche di Hermes con i sandali alati o nei rilievi dove le divinità sembrano librarsi in volo.
In questa direzione si può leggere anche un dettaglio architettonico apparentemente secondario: le cariatidi dell’Eretteo, con le acconciature scolpite non solo come elemento decorativo, ma come struttura portante. I capelli delle statue sono scolpiti a forma di colonne posteriori, quasi a fondere corpo e funzione architettonica. Un altro esempio di come l’arte greca, pur raffinata, erediti e rielabori motivi profondamente arcaici.
Troia II si conclude con un evento catastrofico. Uno strato spesso, caratterizzato da ceneri, materiali fusi e oggetti frantumati, testimonia una distruzione violenta, probabilmente un incendio di proporzioni eccezionali. Schliemann e l’orientalista Burnouf analizzarono la distribuzione dei reperti: la maggior parte dei tesori si trovava nella zona sud-occidentale, da cui si dedusse la direzione delle fiamme. Il calore fu tale da fondere alcuni oggetti metallici e generare una “buée noire”, una nube nera che impregnò il terreno.
Proprio in questi strati si trovano oggetti che parlano di ritualità: coppe biconche, come il δέπας ἀμφικύπελλον citato nell’Iliade, o vasi dai colli tubolari progettati per essere appesi. Elementi che suggeriscono non solo un’economia evoluta, ma un sistema cerimoniale, forse religioso, fortemente codificato.

I livelli più antichi di Troia, come descritti da Schliemann, mostrano – 5.000 anni fa – una civiltà tutt’altro che primitiva. Gli oggetti parlano di simboli condivisi, di iconografie arcaiche che sopravviveranno per millenni, e di tecniche costruttive avanzate. Lo sguardo di Schliemann, pur condizionato dalle sue convinzioni e dai limiti del suo tempo, riesce a cogliere i tratti fondamentali di un mondo che forse apparteneva al “mito” meno di quanto pensassimo, e riteniamo erroneamente tutt’oggi.