Le connessioni tra la Troia omerica e il mondo etrusco: simboli solari, stratificazioni e scavi svelano un'eredità culturale comune.
Tra le colline della moderna Turchia nordoccidentale, nei pressi della moderna Tevfikiye, sorge un luogo che ha attraversato mito e storia: Troia. Un nome che unisce mito, eroi, strategia, inganno e fiamme ma che è anche un sito archeologico concreto con molte stratificazioni.
Secondo le opere omeriche, la guerra di Troia ebbe origine dal rapimento di Elena, moglie del re spartano Menelao, da parte di Paride principe troiano.
L’evento scatenò una spedizione militare da parte di Agamennone, fratello di Menelao e re di Micene, il quale riunì un’alleanza di re achei. Dopo un assedio durato dieci anni, Troia fu espugnata grazie all’inganno del famoso cavallo di Troia. I Greci finsero la ritirata ma all’interno del cavallo – ritenuto dai Troiani un dono e fatto entrare nella roccaforte – erano nascosti dei soldati del quale uscirono nella notte, aprendo le porte della città agli altri rimasti all’esterno e mettendo a ferro e fuoco tutto.
Tra gli eroi narrati nella vicenda si annoverano Achille, Ulisse, Aiace, Ettore ed Enea.
A fine Ottocento, l’archeologo tedesco Heinrich Schliemann identificò il sito di Troia con il colle di Hisarlik. Gli scavi portarono alla luce una sequenza di almeno dieci città sovrapposte, da Troia I (ca. 2900 a.C.) a Troia X (età bizantina). Schliemann attribuì erroneamente la Troia omerica al livello Troia II, dove trovò quello che chiamò il “Tesoro di Priamo”. Tuttavia, oggi la maggior parte degli studiosi identifica la possibile Troia omerica con i livelli Troia VI o VII.
Troia VI (ca. 1700–1300 a.C.) si distingue per le mura in muratura poligonale e una pianificazione urbana complessa. Troia VII (ca. 1300–1180 a.C.) mostra segni di distruzione violenta, compatibili con un conflitto bellico. È in questo contesto cronologico, tra il 1250 e il 1180 a.C., che si colloca il possibile assedio miceneo, nell’età del Bronzo.
Sul fronte greco abbiamo una coalizione di regni micenei: Micene, Pilo, Argo, Itaca e Sparta. I loro eserciti erano detti Achei e uniti sotto la guida di Agamennone.
Sul fronte troiano invece combattevano i cittadini di Ilio (da cui Iliaide e corrispondente a Troia), città anatolica. Essi erano affiancati da alleati provenienti dalla Lidia, dalla Licia, dalla Frigia e da altre regioni dell’Anatolia e della Tracia.
Un piccolo elemento che teniamo un attimo lì da parte, ma al quale ci riagganceremo dopo è la presenza della Lidia tra gli alleati di Troia. Ricordiamoci che siamo attorno a un periodo che arriva al 1180 a.C. nel corso degli eventi che stiamo analizzando.
Le stratificazioni successive a Troia VII mostrano come sebbene la città sia stata distrutta più volte, il sito non fu mai completamente abbandonato. Dopo la caduta di Troia VII, seguirono fasi di rioccupazione ellenistica, romana e bizantina. Augusto, in epoca imperiale, promosse la ricostruzione della città come Ilion, in onore delle presunte origini troiane di Roma.
Ecco che, nel trovare tra le rovine di Troia oggi, parti megalitiche e parti più moderne, comprendiamo come stiamo osservando qualcosa di “originale” insieme a qualcosa di ricostruito.
Secondo la tradizione, Enea, figlio di Anchise e Afrodite, fuggì da Troia in fiamme e dopo vari spostamenti approdò infine nel Lazio, dando origine alla stirpe che porterà a Romolo e alla fondazione di Roma.
Questa connessione tra Troia e parte tirrenica del Mediterraneo riecheggia anche nel racconto di Erodoto, Le Storie, secondo cui poco dopo la guerra di Troia e nel contesto delle crisi che colpirono il mondo anatolico, la Lidia fu devastata da una lunga carestia. Il re Atys decise allora di dividere il suo popolo, e affidarne una parte al figlio Tirreno. Questa parte di popolo affidata al figlio avrebbe dovuto cercare fortuna altrove.
La datazione moderna di questo racconto lo colloca tra il XII e l’XI secolo a.C., proprio negli anni successivi alla distruzione di Troia VII.
Oltre al mito e alla storia antica – ricordiamo che per Erodoto era storia, non mito – emergono elementi materiali e simbolici che suggeriscono contatti più profondi tra il mondo anatolico e la penisola italica.
Nel sito di Troia, in particolare nei livelli II–VI, sono state rinvenute oltre 1800 raffigurazioni della svastica, simbolo solare legato alla ciclicità e all’energia cosmica. Lo stesso simbolo è presente in numerose raffigurazioni etrusche visibili nei musei archeologici di Volterra, Tarquinia, Chiusi e Vulci.

La svastica, presente anche in Asia e nel mondo indoeuropeo, sembra avere anche qui un’accezione positiva, contrariamente all’appropriazione avvenuta nel corso dei primi del ‘900 da parte del Nazismo che l’ha resa un simbolo non più positivo ma di imposizione e di terrore. La svastica è stata rinvenuta sin dagli strati di Troia II (di quasi 5.000 anni fa).
Un altro elemento ricorrente è il cosiddetto “fiore della vita” (chiamato così però in ambito esoterico) o fiore a sei petali inscritto in un cerchio. Anch’esso presente sia nel mondo anatolico che in quello etrusco, è interpretato come rappresentazione ciclica del tempo o del sole.
Mosaico conservato presso il museo etrusco di Volterra.
Altro simbolo rinvenuto nell’area etrusca di Volterra, una stella a sei punte.
Analizziamolo però un po’ più in profondità. Si tratta di sei stelle a sei punte, racchiuse attorno a un esagono e ognuna di esse attorno a un esagono. Al centro un simbolo floreale che ricorda molto la simbologia rinvenuta nell’area dell’attuale Iran, nel periodo corrispondente al regno di Dario I e altri fino a molti anni addietro, sino alla civiltà Sumero / Accadica e Babilonese.
Mosaico ritrovato negli scavi delle terme guarnacciane e conservato presso il museo etrusco di Volterra.

Alcuni elementi simbolici e culturali suggeriscono l’esistenza di un ponte tra l’Anatolia troiana e l’Italia pre-romana. Gli Etruschi, con la loro lingua isolata, l’architettura megalitica e i simboli ricorrenti, potrebbero rappresentare non tanto l’esodo diretto dei troiani, quanto il ricordo di una comune origine culturale condivisa lungo il Mediterraneo orientale.